giovedì 23 agosto 2007

Incendi: «La soluzione è in Aspromonte»

Quando era presidente del Parco Nazionale calabrese, Tonino Perna ha abbattuto gli incendi del 90% per cinque anni consecutivi. E con 200 mila euro l'anno. Perché non adottare il modello?
di Eleonora Martini

«La soluzione c'è e si chiama presidio del territorio». Parla di «ricostruzione del sistema di responsabilità», Tonino Perna, docente di sociologia economica dell'Università di Messina, ma il suo non è un concetto astratto. È un metodo che ha dato ottimi risultati e che è tutt'ora oggetto di sperimentazioni in più parti d'Europa. Per cinque anni consecutivi, dal 2000 al 2005, durante il suo mandato di presidente del Parco Nazionale dell'Aspromonte, Perna è riuscito a abbattere del 90% gli incendi sugli 80 mila ettari di parco, un'area tra le più impervie d'Italia e niente affatto facile da tenere sotto controllo.
E con soli 200 mila euro l'anno.



Ci racconta come avete fatto?

Nel 2000 abbiamo cominciato a sperimentare questo metodo di assegnazione e affido del territorio a cooperative, associazioni, imprese sociali, con un contratto che chiamammo «di responsabilità», redatto con l'aiuto di alcuni dei massimi esperti di diritto amministrativo come Sabino Cassese. Con un bando assegnammo gli 80 mila ettari di territorio divisi in lotti ad associazioni o imprese che per sei mesi, da aprile a novembre, rispondevano del parco sul piano degli incendi attraverso un presidio del territorio.

Ne erano cioè responsabili?

Sì. Se la superficie bruciata era superiore dell'1% di quella affidata, le associazioni perdevano il 50% del contratto. Ovviamente non era una gara al ribasso come fa la pubblica amministrazione di solito, ma alle imprese si chiedeva di scegliere una parte di territorio che davvero erano in grado di controllare. Presidiando a piedi e per 24 ore al giorno il bosco gli addetti riuscivano soprattutto a spegnere l'incendio quando era ancora all'inizio e così si evitava che si ampliasse nell'attesa dell'arrivo dei Canadair e dei mezzi di spegnimento. Col pronto intervento cioè si riusciva a fare prevenzione su un fenomeno che si ripete uguale ogni estate, anche se quest'anno è particolarmente grave. Naturalmente erano associazioni motivate, attive nell'ambientalismo, e l'Ente parco metteva a disposizione corsi di preparazione professionale. Alla fine dell'estate poi con una grande festa si premiavano le imprese più virtuose.

Con quali risultati?

Per cinque anni di seguito, ogni anno, siamo riusciti a ridurre la superficie incendiata, malgrado i focolai fossero persino aumentati. Prima, ogni anno mediamente andavano in fumo tra gli 800 e i mille ettari di bosco, a parte il 1998 in cui vennero distrutti 4 mila ettari. Dal 2000 al 2005 invece bruciarono solo circa 100-200 ettari l'anno. Con una spesa di 200 mila euro l'anno proteggevamo 80 mila ettari, di cui la metà di bosco. E la gente era davvero felice, perché in fondo chi ha interessi negli incendi è solo una minoranza.

Perché ha scelto questa strada, non riusciva a riorganizzare il lavoro del corpo forestale a disposizione del parco?

Sono arrivato a questa conclusione dopo aver intervistato diverse figure, come le 70 guardie forestali regionali che avevamo a disposizione e che hanno il compito di controllare e guidare poi gli aerei sul luogo dell'incendio, o gli operai idraulico-forestali che sono addetti allo spegnimento a terra. Con queste figure la prevenzione non potrà mai funzionare per diverse ragioni: primo, hanno orari di lavoro fisso, così che a fine turno il territorio è scoperto, e non fanno turni di notte. Alcuni poi mi dicevano che non avevano neppure i soldi per la benzina perché la Regione non rimborsava da anni.

Un metodo, questo dei «contratti di responsabilità», che ha suscitato l'interesse anche della Comunità europea...

Sì, nel gennaio 2005 fui chiamato dalla Commissione per la conservazione ambientale perché erano interessati soprattutto paesi come Spagna, Grecia, Portogallo e sud della Francia che come noi sono alle prese ogni anno con l'emergenza incendi di origine dolosa. Poi anche in Italia il modello è stato adottato da comuni come Sestri Levante, che ha coinvolto invece direttamente i contadini. Ma a dire il vero noi ci siamo ispirati al Canada che da anni segue questo metodo copiato, a sua volta, dalla tradizione indigena.

Comprare più aerei non serve, allora? Né «stanziare un fondo speciale per l'immediato recupero delle zone colpite dagli incendi», come ha chiesto ieri il coordinatore nazionale degli assessori all'Ambiente delle regioni, l'assessore calabrese Diego Tommasi?

Un fondo speciale per il recupero mi sembra il modo migliore per alimentare quella che ormai è diventata una vera industria degli incendi. Gli incendi sono un problema di origine sociale che si deve aggredire socialmente. La risposta tecnologica, comprare più aerei o aumentare il personale non serve perché si interviene sempre dopo la catastrofe. Inoltre questi aerei, che impiegano minimo un'ora e mezza per arrivare sul posto, usano spesso acqua marina che inaridisce ulteriormente il territorio. L'Abruzzo, ad esempio, comprò qualche anno fa un robot al costo di 5 milioni di euro che dava l'allarme ad ogni focolaio ma non riusciva a distinguerli da una grigliata.

Un giro di interessi che fa il paio con l'industria degli incendi?

Sì, è proprio lì che si deve indagare di più per cercare i responsabili dei focolai: tra i costruttori di aerei di spegnimento e le ditte private che gestiscono gli elicotteri e i Canadair. Se non ci fossero gli incendi non lavorerebbero. Comunque il nodo politico sta nel fatto che in Italia è impossibile risalire davvero la catena di responsabilità, dalla guardia forestale in su. E la «tolleranza zero» del ministro Pecoraro Scanio è solo uno slogan.
È ora invece di voltare pagina.

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