giovedì 6 marzo 2008

Non fermate la decrescita! Intervista a Serge Latouche

Tratto da "Green Planet" - 02 March 2008

Serge Latouche è l'intellettuale francese che ha teorizzato, con intento provocatorio, il concetto di "decrescita". Greenplanet lo incontra a Pordenone, all'annuale corso di geopolitica organizzato dall'associazione di studi storici Historia. Serge Latouche interverrà al prossimo Congresso
mondiale Ifoam di Modena.

"La rivoluzione che auspichiamo è innanzitutto culturale e quindi infinitamente più difficile da realizzarsi delle rivoluzioni politiche. Siamo profondamente tossicodipendenti dalla società della crescita, ha spiegato durante l'incontro, e l'educazione di cui abbiamo bisogno assomiglia sempre più a una cura di disintossicazione, a una vera e propria terapia.

L'utopia concreta della decrescita è il progetto di costruire una società autonoma capace di superare le aporie della modernità. Così Ilich proponeva in alternativa quella che ha chiamato 'società conviviale'. Una società che conosce un'autolimitazione ed è fondata su un 'tecnodigiuno', una pratica che prevede la riduzione del ruolo del mercato, della divisione del lavoro, dell'onnipresenza dell'economia."

Professore, a che punto è la decrescita? Quali effetti sta producendo il dibattito del quale lei è l'interprete più conosciuto?

Il progetto è molto recente nella forma attuale. Si è diffuso molto velocemente nello spazio di tre, quattro anni in Francia, Italia e Germania. Oggi comincia a essere discusso anche in Spagna. Allo stesso tempo abbiamo scoperto che altri progetti, che forse non corrispondono alla decrescita,
anche perché la parola non è traducibile, ma che si configurano come progetti di uscita dalla società della crescita, sono stati messi in moto per esempio in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Canada e in altri paesi.
La decrescita, a livello della politica ufficiale, al momento è oggetto di curiosità. Sono stati infatti invitato a parlarne in sede parlamentare. Possiamo affermare che è già un bel successo.

Non dobbiamo vergognarci nel riconoscere che è un progetto retrogrado, nel  senso che quando si è imboccata una via senza uscita, si deve per forza arretrare. Inoltre, ha spiegato, quando si arretra chi è dietro si ritrova davanti. Potremmo con un gioco di parole affermare che i retrogradi saranno
i nuovi progressisti. Ma non si tratta di immaginare una diversa mondializzazione, una diversa globalizzazione, una diversa mercificazione, semplicemente di segno opposto a quelle attuali. Né di tornare, come dicono  i giornalisti all'età della pietra. Non avrebbe senso. Noi dobbiamo cercare di demercificare, di deglobalizzare, di demondializzare. Inventare un diverso futuro che non è una semplice inversione di marcia sulla stessa strada, ma abbandonare una strada sbagliata, individuando una nuova e diversa direzione. È sbagliato, e credo impossibile, tornare semplicemente indietro. Quello che abbiamo di fronte è il compito di inventare un altro futuro.

Quali saranno le difficoltà che si incontreranno nella realizzazione del progetto?

Ah! Le difficoltà sono gigantesche perché c'è il potere degli interessi economici, delle imprese trasnazionali. Per esempio, ho parlato del problema della moria delle api in relazione alle lobby dei produttori dei pesticidi e delle sementi, che rappresentano un potere enorme. Non dimentichiamo i politici che sono al loro servizio. Poi vanno considerati tutti i cittadini e gli agricoltori che sono tossicodipendenti del sistema. Siamo in una battaglia di titani!
Allo stesso tempo incombono minacce enormi sul pianeta. E ci sono forti contraddizioni. Prendo ad esempio Al Gore, fa una bella propaganda in difesa del pianeta ma è contemporaneamente un miliardario. La distanza fra la sua diagnosi e i rimedi che propone è enorme. E siamo tutti così, siamo tutti più o meno schizofrenici.

Quale senso assumono alcune pratiche quotidiane di consumo nella prospettiva della decrescita? Pensiamo ad esempio alla scelta dell'alimentazione biologica e biodinamica oppure alla costituzione di gruppi di acquisto solidale.

Se tutti scegliessero l'alimentazione biologica, allora l'agricoltura produttivista, sviluppata con concimi chimici e pesticidi, non esisterebbe più. Ma non credo molto in una visione ideale come questa. Infatti ora vediamo che la stessa agricoltura biologica è recuperata e strumentalizzata
anche dai supermercati. Ma ha un ruolo importante per mostrare la strada.
Occorre avere  sempre un obiettivo molto più ambizioso a livello simbolico, come esempio. Tutte queste iniziative, a mio avviso, non devono essere sminuite. È vero che sono piccole cose ma sempre molto importanti.

I momenti di crisi economica come quella che si profila in questo momento, o pensiamo anche a crisi molto gravi come quella argentina, possono giocare un ruolo nel processo di uscita dalla società della crescita?

Sicuramente. Oggi la principale speranza è che nei momenti di difficoltà e crisi i cittadini siano spinti a fare scelte diverse.

È possibile che le persone, trovandosi in condizioni di maggiore povertà reale, si sentano invece spinti nel senso opposto?

Sì, certo. Di fronte a una catastrofe, la reazione può essere assumere due direzioni contrarie. Per esempio, in occasione del gran caldo dell'estate 2003, ci si può rendere conto della necessità di modificare i consumi energetici e attivarsi contro i cambiamenti climatici, oppure andare a
comprare un condizionatore! (Fiorenzo Fantuz -  Un ringraziamento particolare a Guglielmo Cevolin e Arturo Pellizzono di Historia di Pordenone).

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