martedì 29 aprile 2008

Fame in crescita? Facciamogli bere l'etanolo!

(di Sharon Smith - Counterpunch)

a cura di AltrAgricoltura Nord Est
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tratto da "www.comedonchisciotte.org" - 24/04/2008

I milionari di Wall Street hanno passato mesi in lutto per le perdite
derivanti da investimenti sopravvalutati in modo ridicolo. Eppure questi
personaggi simili a cheerleaders del libero mercato rimangono beatamente
ignari delle dimensioni della crisi a cui dovranno far fronte le vere
vittime dello sbocciante declino globale che hanno entusiasticamente
attivato.

Per i 3 miliardi di persone che sopravvivono con meno di 2 dollari al
giorno, la spirale dei prezzi globali del cibo vuol dire lottare per il più
basico dei diritti umani – il diritto a mangiare. Riso, pane e tortillas
rappresentano la dieta principale per questa metà della popolazione
mondiale. Nel 2007, il prezzo dei cereali è cresciuto del 42% e quello dei
prodotti caseari dell’80%, secondo i dati delle Nazioni Unite, e l’
inflazione è ancora aumentata negli ultimi mesi.

Come riporta l’Observer del 6 aprile: “La carenza di scorte globali del riso
che ha fatto lievitare il prezzo di una delle più importanti fonti di
nutrimento del 50% nelle due ultime settimane sta da sola innescando una
crisi internazionale.” Nelle ultime settimane, forti carestie hanno
provocato violente rivolte in Burkina Faso, Camerun, Egitto, Indonesia,
Costa d’Avorio, Mauritania, Mozambico, Senegal e Haiti.

Sei giorni consecutivi di scontri hanno stravolto Haiti la settimana scorsa.
Haiti è la nazione più povera dell’emisfero Ovest, dove l’80% della
popolazione vive con 2 dollari al giorno e la dieta tipica di un adulto
arriva a 1640 calorie, 640 calorie sotto la media stabilita dal Programma
Alimentare Mondiale. Gli Haitiani sono cresciuti stancamente sostentati da
quella che è diventata la dieta più comune: creta, sale e verdure che ora
scarseggiano. “I manifestanti comparano il bruciore del proprio stomaco
vuoto con quello che darebbe la varechina o l’acido della batteria.” Riporta
il Guardian del 9 aprile.

Il 4 aprile, migliaia di haitiani affamati hanno protestato nella città del
sud di Les Cayes, provando a dar fuoco alla stazione di polizia della
Nazioni Unite mentre rubavano riso dai camion. La rivolta si è presto estesa
anche alla capitale, Port-au-Prince, dove in migliaia si sono riuniti di
fronte al palazzo presidenziale chiedendo a gran voce le dimissioni del
presidente, voluto dagli USA, Rene Preval. Fortunatamente per Preval, le
forze di pace delle Nazioni Unite sono pronte quando c’è bisogno di
disperdere imponenti manifestazioni con gas lacrimogeni e pallottole di
gomma. La brutale repressione ha permesso a Preval di evitare la stessa fine
che aveva fatto Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier, il dittatore, sostenuto
anch’esso dagli USA, rovesciato da una rivolta popolare nel 1986.

Preval non ha fatto niente per stabilizzare i prezzi del cibo che
schizzavano alle stelle o per aiutare chi stava morendo di fame e mise in
chiaro in un intervento televisivo del 9 aprile che non aveva nessuna
intenzione di farlo ora. In una situazione simile a quella di Maria
Antonietta, Preval richiama i cittadini di Haiti: “Le manifestazioni e le
distruzioni non faranno abbassare i prezzi e non risolveranno i problemi del
Paese. Al contrario, ciò porta alla crescita della miseria e disincentiva
gli investimenti stranieri.”

In Egitto, dove proteste e scioperi sono illegali, migliaia di lavoratori
tessili con i lori sostenitori si sono ribellati in Mahalla el-Kobra contro
gli alti prezzi del cibo e le basse retribuzioni il 6 e il 7 aprile. La
polizia stava occupando la centrale tessile pubblica di Misr per prevenire
lo sciopero che i lavoratori avevano in programma, ma i manifestanti hanno
risposo dando fuoco agli edifici e lanciando mattoni alla polizia che
rispondeva con gas lacrimogeni. La repressione della polizia non ha messo
fine ai disordini ma li ha solo alimentati.

Circa il 40% degli egiziani sopravvive con meno di 2 dollari al giorno,
quando il prezzo del pane esente dai sussidi è aumentato di 10 volte negli
ultimi mesi e il prezzo del riso è duplicato in una sola settimana. Il
salario minimo nazionale è rimasto invariato dal 1984, a 115 pound egiziani
al mese. I lavoratori di Mahallah richiedevano una salario minimo di 1200
pound al mese, che lascerebbe comunque una famiglia di 4 persone nella
condizione di vivere sotto la soglia di povertà dei 2 dollari al giorno.

La rivolta dell’ultima settimana a Mahallah è l’ultimo episodio della lotta
di classe che sta scuotendo dalle basi la classe operaia egiziana. L’editore
del Middle East Report Joel Beinin si scaglia contro il crescente movimento
di protesta: “Questo è potenzialmente il movimento con la base popolare più
diffusa in dissenso con il regime alla quale Mubarak abbia mai fatto fronte.
Alla combinazione di repressione, apatia e smobilizzazione politica che ha
sostenuto l’autocrazia in Egitto per più di mezzo secolo starebbe
forzatamente mancando qualcosa, rendendo le cose sempre più difficili al
regime di Mubarak, se non fosse per i colleghi capitalisti che continuano a
fare affari come se niente fosse.” Infatti, il Primo Ministro Ahmed Nazif è
corso a Mahallah l’8 aprile per annunciare che garantirà un salario bonus di
un mese ai lavoratori e affronterà le loro richieste sulla sanità e gli
stipendi.

La fame sta aumentando anche negli Stati Uniti. L’ingordigia sfrenata e
senza regole di più di trent’anni di neoliberismo che hanno causato
devastazione nei Paesi più poveri del mondo sta ora portando alla divisione
delle classi nei Paesi più ricchi. La prosperità del Nord del mondo non si
può poggiare per molto tempo ancora interamente sul Sud.

In realtà, la crescente povertà in America è passata in secondo piano nei
media Statunitensi, che si occupano principalmente di Wall Street e della
Casa Bianca. Il 7 aprile, per esempio, il Tribune Newspaper pubblica
ridicolmente un articolo sulla sfortuna di quella piccola fetta di americani
che devono limitare le proprie esorbitanti abitudini di spesa. L’articolo
mette in mostra la “tragedia” di un’agente di ipoteca in difficoltà per
poter continuare con il trattamento di Botox [tossina botulinica contro le
rughe n.d.t.] per il quale spendeva regolarmente 1800 dollari. “Vorrei
continuare il trattamento del Botox e potermi permettere di andare a cena
fuori” dice la donna al reporter, che lo riporta senza ironia.

L’inflazione del cibo negli USA ha raggiunto livelli mai visti in decenni,
soprattutto sui prodotti principali come il latte, cresciuto di più del 17%
nell’ultimo anno; il riso, la pasta e il pane cresciuti più del 12% e le
uova cresciute del 25%. Dato che la perdita del posto di lavoro è una delle
principali cause di questa recessione, 28 milioni di persone, una cifra
senza precedenti, è dipendente dai buoni alimentari per sopravvivere quest’
anno. Una persona su 6 nella Virginia dell’Ovest, una su 10 in Ohio e nell
Stato di New York fanno affidamento sui buoni alimentari per sopravvivere.
In Oklahoma un bambino su 3 ha dovuto far affidamento ai buoni almeno una
volta nell’ultimo anno.

I "diritti" dei buoni alimentari sono lontani dall’essere generosi nella
società più ricca del mondo ed è inutile dire che la maggior parte delle
persone che risente di questo rincaro dei prezzi del cibo non ha diritto a
nessun aiuto. D’accordo con le linee guida pubblicate dal Ministero dell’
Agricoltura degli USA nel proprio sito web, una famiglia di 4 persone ha
diritto ai buoni alimentari solo se il proprio reddito mensile netto è
uguale o inferiore a 1721 dollari. Questa stessa famiglia avrebbe poi
diritto a un massimo di buoni alimentari per 542 dollari, lo stesso che nel
’96. Il sussidio medio è di circa 1 dollaro a pasto a persona. 800 mila
aventi diritto, la maggior parte dei quali anziani o handicappati, riceve il
l’aiuto minimo di 10 simbolici dollari al mese, secondo il New York Times.

I principali economisti hanno solitamente descritto la crisi globale come
una carenza di cibo, però la carenza è stata fortemente alimentata dalle
crudeli leggi del libero mercato. In molti casi non si tratta di improvvisa
scarsità del cibo, ma semplicemente del denaro che serve per pagarlo. Il
Direttore Esecutivo del Programma Alimentare Mondiale Josette Sheeran ha
recentemente dichiarato riguardo all’Africa subsahariana: “Stiamo assistendo
a carestie nelle città più di quanto si fosse mai visto prima. Spesso il
cibo è disponibile nei negozi però la gente non può permetterselo.”

Il settore agricolo e alimentare rappresenta in questo momento il secondo
settore più redditizio del mondo, soltanto dietro a quello farmaceutico.
Anche la casa automobilistica Mitsubishi, che controlla anche la seconda
banca a livello mondiale, è diventata una delle maggiori produttrici di
carne bovina al mondo, dimostrando a che livello il capitale si sta muovendo
verso il settore agricolo. Il documento sullo sviluppo globale della Banca
Mondiale del 2008 ne parla entusiasta, commentando:”Il settore dell’
Agrobusiness privato si è fatto più vibrante. Nuovi, potenti attori sono
entrati sulla scena ed hanno forti interessi economici per avere un
prosperoso settore agricolo e voce in politica.”

Però come l’agrobusiness ha spazzato via i piccoli agricoltori americani
negli anni ’80, così sta succedendo ora in tutto il mondo. Come scrisse nel
2006 l’attivista per una giustizia globale Vandana Shiva, in India “senza
una regolamentazione del mercato dell’agricoltura le grandi corporazioni
possono trarre profitto dalla vendita di sementi e comprare prodotti a
prezzi stracciati chiudendo i contadini nella morsa del debito. Questo fu il
processo con il quale sono scomparse le piccole famiglie di contadini negli
USA, in Argentina ed in Europa.”

In questo momento la legge di domanda e offerta stabilisce che il nuovo
mercato dei biocarburanti dovrebbe ridurre la produzione di mais per il
consumo alimentare del 25% negli USA, provocando volontariamente una
carestia e un incremento del prezzo del mais. Speculatori si stanno
accaparrando i terreni coltivabili convinti che il prezzo di queste terre
aumenterà in fretta. Intanto, gli investitori di tutto il mondo stanno
scappando dal dollaro in calo comprando beni come riso e grano, alimentando
la macchina speculativa e spingendo i prezzi dei beni principali troppo in
alto per i più poveri.

I programmi neoliberisti hanno perso già da molto tempo rispetto agli occhi
della maggioranza della popolazione mondiale, anche se i suoi primi
sostenitori sono stati gli ultimi a rendersi conto della dura realtà. L’
ultimo Prospettive sull’Economia Mondiale, pubblicato dal Fondo Monetario
Internazionale l’ultimo autunno, rileva una crescita della disuguaglianza
nei Paesi più ricchi: “Tra i Paesi più avanzati, la disuguaglianza è
diminuita solo in Francia. La recente esperienza (dell’aumento della
disuguaglianza) sembra indicare un cambio di rotta rispetto al generale
declino delle disuguaglianza dalla prima metà del XX secolo.”

Il FMI rimane ottimista sul futuro del neoliberismo: “dal 2002 fino adesso,
l’economia mondiale ha sfruttato il suo miglior periodo di crescita dalla
fine degli anni ’60 e principio dei ’70, anche perché l’inflazione è rimasta
controllata. Non solo la recente crescita globale è stata forte, ma l’
espansione è stata condivisa da molti Paesi. La volatilità della crescita è
crollata.”

Nelle ultime settimane sembra che i personaggi di spicco neoliberisti che
prendono le decisioni si stiano rendendo conto che le diffuse carestie
innalzano il livello della protesta e potrebbero creare problemi ai
governanti di tutto il mondo. Il presidente della Banca Mondiale Robert
Zoellick recentemente è apparso preoccupato nel sito web dell’
organizzazione: “33 Paesi fronteggiano un forte malcontento sociale dovuto
all’innalzamento dei prezzi di cibo ed energia.”

Forse questi intoccabili secchioni creatori di linee politiche potrebbero
suggerire, seguendo la loro lunga tradizione borghese, che i poveri
comincino ad alimentarsi con etanolo. E i lavoratori statunitensi che ora
stanno dondolando sopra il baratro neoliberista dovrebbero considerare di
seguire i propri fratelli e sorelle in giro per il mondo e ricominciare a
lottare.

Sharon Smith è l’autrice di "Women and Socialism" (Le donne e il socialismo) e "Subterranean Fire: a History of Working-Class Radicalism in the United States" (Fuoco Sotterraneo: la Storia del radicalismo della classe operaia
negli USA). Può essere contatta all’indirizzo:
sharon@internationalsocialist.org

(Titolo originale: "Growing Hunger. Let Them Eat Ethanol!"
Fonte: http://www.counterpunch.org/
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di EPICUREO).

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