venerdì 16 maggio 2008

Crisi alimentare, il dio-mercato non esiste.

In autunno qualcuno aveva iniziato a lanciare l'allarme: le scorte di cerali erano scese ai minimi storici, il prezzo si era impennato. Saranno guai, scrisse ad esempio Lester Brown, puntando il dito contro gli agro-carburanti, accusati di concorrere all'aggrarsi della situazione di crisi alimentare.

Nel cortile Italia la discussione non c'è (ne parla invece il numero di Carta in edicola dal 2 maggio dedicando al tema la copertina e un ampio servizio), i giornali si limitano a riportare dichiarazioni che non si possono ignorare, come Bob Zoellick, direttore di Banca mondiale, e gli appelli delle agenzie dell'Onu e la gente comune non capisce se si tratta di uno dei tanti allarmi che presto svaniscono con la stessa rapidità con cui sono apprsi o se la situazione alimentare del pianeta stia davvero attraversando un periodo di rapida trasformazione.

La prima grande novità è che i prezzi dei cereali (e non solo loro) sono in rapida ascesa. Sinora il problema era diametralmente opposto, per anni ci siamo lamentati che i prezzi dei prodotti agricoli di base erano cronicamente bassi e volatili, e impedivano ai coltivatori di ottenere un reddito decente.

Non dovrebbe dunque essere un segnale positivo questa crescita del prezzo del mais, del frumento e di tanti prodotti derivati?

Purtoppo no, ma procediamo con ordine.

Nel mondo sta accadendo qualcosa di nuovio rispetto al passato e ciò rende nuova la crisi attuale. Iinnanzitutto c'è una molteplicità di cause dietro gli aumenti dei prezzi.
La popolazione aumenta, ogni anno 70 milioni di abitanti chiedono cibo. La regione asiatica vede il Pil crescere in maniera costante da anni [più 9 per cento annuo dal 2004 al 2006 ad esempio] persino l'Africa nello stesso periodo è cresciuta del 6 per cento. Questo significa che alcune fette di popolazione in questi blocchi hanno aumentato il reddito e hanno aumentato le loro esigenze alimentari, mangiano di più e in maniera diversa, ovvero meno grano e riso, più verdure, frutta, carne, latte e derivati.
L'aumento del prezzo del petrolio influisce in agricoltura in almeno due
modi: attraverso il prezzo dei carburanti utilizzati dai mezzi agricoli e nei trasporti dei prodotti e nei fertilizzanti di sintesi utilizzati.
Il boom dei biocarburanti ha creato una situazione di concorrenza fra produzione agricola per alimentazione e produzione per energia, una concorrenza sleale perché i biocarburanti sono prodotti sussidiati con soldi pubblici per ridurre le emissioni di gas serra.
Il clima sta cambiando e negli ultimi anni in alcuni paesi i raccolti sono stati scarsi [ad esempio in Australia e India].
Le scorte sono ai minimi termini e le scorte sono importanti per gestire il sistema della domanda e dell'offerta e far fronte ai periodi di vacche magre, come si diceva un tempo.
Si tratta di cambiamenti che non sono momentanei, anzi, alcuni di questi avranno effetti ancor più visibili solo nei prosismi anni. E lo confermano i disordini scoppiati in molti paesi, rendendo ancora più instabile il
pianeta: Tailandia, Pakistan, Egitto, Etiopia, Haiti, Indonesia, Messico, Filippine, Senegal.

Che fare?

Non vi sono risposte rapide. Al di là dell'emergenza occorre però valutare come si è arrivati a questa situazione. Veniamo da trent'anni in cui il mantra, anche in agricoltura è stato quello che i governi statali dovevano smettere di intervenire, perché il solito dio-mercato avrebbe fatto molto meglio.
Era una balla e chi lo diceva lo sapeva perché mentre attraverso i piani di aggiustamento strutturale di Banca mondiale e Fondo monetario venivano chiuse le istituzioni statali che nei «paesi in via di viluppo» gestivano e regolavano [non senza problemi e inefficienze certo] i prezzi di alcuni prodotti agricoli e gestivano la loro commercializzazione, Usa e Ue mettevano in piedi un sistema di sussidi agricoli che ormai tutti conoscono.
Liberisti fuori, protezionisti in casa.

Ma non c'è stato nulla da fare, gli accordi internazionali [Icas] in vigore nel dopoguerra sono stati via via smantellati, idem per i national Commodity Boards che decidevano prezzi e facevano da acquirenti unici per i contadini evitando loro di essere ricattati dall'oligarchia dei traders internazionali.

Si parla sempre del diritto di poter scegliere liberamente dove acquistare ma deve valere lo stesso per i contadini che vendono il loro raccolto. Come si fa se [dati del 2002] a controllare il commercio mondiale dei cereali erano due sole società: Cargill e Archer Daniels Midland?

Ma al di là di tutte queste considerazioni è sbagliato il concetto che si debba imporre a un paese il dovere di importare/esportare prodotti agricoli senza prima che questo sia in grado di sfamare i propri abitanti.
L'ossessione del commercio deve abbandonare l'agricoltura e la crisi di oggi lo dice chiaramente perchè beffa i paesi poveri che importano prodotti alimentari che si trovano con costi imprevisti a cui non sanno far fronte.
Il che significa fame!

E gli Ogm dirà qualcuno? Non possono essere loro la soluzione? Sarebbe lungo parlarne ma tre anni di studio finanziato da sessanta governi e sostenuto persino da multinazionali come Monsanto e Syngenta [che però visti i risultati si sono ritirate] dicono che non solo loro la soluzione, esiste il modo per produrre di più e meglio senza Ogm e senza distruggere il pianeta.
Del resto gli Ogm attuali in commercio sono un manciata di prodotti che resistono a qualche antiparassitario, è questa la realtà attuale. (Beati i costruttori di pace-Tradewartch Tratto da Carta.org).

A cura di AltrAgricoltura Nord Est
tratto da "Green Planet" - 4 maggio 2008

1 commento:

Anonimo ha detto...

Dico la mia , e far fare meno figli soprattutto nei paesi del 3 mondo dove mancano i sostentamenti ?
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