lunedì 12 ottobre 2009

Un miliardo di affamati nel mondo! Ora basta! Impegniamoci tutti per la sovranità alimentare!!!

ACU aderisce alle attività del Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare ed invita i propri associati e lettori a sostenere le iniziative delle ONG in occasione della conferenza della FAO il prossimo mese a Roma.

La Redazione ACU

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DOCUMENTO di POSIZIONE

del COMITATO ITALIANO PER LA SOVRANITA’ ALIMENTARE

in occasione del SUMMIT MONDIALE sulla SICUREZZA ALIMENTARE

(16-18 Novembre 2009)

Un miliardo di affamati è il terribile lascito che decenni di neoliberismo, industrializzazione e globalizzazione coatta del sistema agroalimentare, accompagnati dall’indifferenza verso i vincoli ecologici, affidano al mondo all’alba del terzo millennio. L’uomo nel frattempo visita lo spazio, crea la vita artificiale, opera in telechirurgia, sorveglia i comportamenti dai satelliti.

Un miliardo di affamati significa uomini, donne e bambini con una dieta povera e precaria senza precedenti nella storia, il cui futuro è compromesso da un accesso agli alimenti limitato e limitante. Persone che vivono prevalentemente nel mondo rurale dove si coltiva, alleva, pesca e raccoglie il cibo, ma paradossalmente senza averne a sufficienza per sé e per i propri famigliari. Una vulnerabilità tipica dei Paesi del Sud del mondo, ma condivisa dallo stato di sofferenza sociale ed economica delle campagne del globo intero. Il concatenarsi delle crisi degli ultimi anni (alimentare ed energetica, finanziaria ed economica, ambientale e climatica) ha aumentato l’esposizione alla fame anche nelle aree urbane e gli stessi Paesi industrializzati registrano il maggiore aumento percentuale di insicurezza alimentare: non un accrescimento ulteriore di cattiva alimentazione e obesità, ma un incremento del numero di denutriti lievitato in un solo anno del 15% nel Nord del pianeta. Tra coloro che soffrono la fame ci sono anche tanti che dalla fame scappano e che nel migrare trovano la morte mentre ci voltiamo altrove, non solo metaforicamente.

Il crollo del potere d’acquisto e l’espandersi della disoccupazione cui stiamo assistendo rinvigoriscono la crisi alimentare deflagrata nel biennio 2007/’08 con l’aumento incontrollato dei prezzi che restano alti e suscettibili a nuove temute impennate. Nessuno cerca più di spacciare questi sfaceli socio-economici per volubili crisi congiunturali: all’auspicata presa di coscienza del loro carattere strutturale e permanente deve far seguito un radicale cambio di strategia da parte delle istituzioni nazionali e internazionali che presiedono alle politiche agricole, economiche e sociali, restituendo priorità alla vitalità dei territori, alla molteplicità e ubiquità dei produttori di alimenti, alla dinamicità dei mercati locali, al protagonismo degli attori sociali, alla solidarietà tra i popoli, all’essenzialità del diritto al cibo.

In vista del Summit Mondiale per la Sicurezza Alimentare, chiamato anche a consacrare le decisioni sul nuovo ruolo del Comitato Sicurezza Alimentare quale strumento di governance globale, la società civile organizzata riunita nel Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare promuove una mobilitazione speciale e chiede alle Istituzioni italiane ed europee di impegnarsi alla risoluzione dei seguenti punti.

GOVERNANCE. Politiche e popoli; chi prende le decisioni? Dove e come?

L’attuale crisi del sistema agroalimentare è il prodotto di decenni di politiche sbagliate. Queste politiche sono il risultato di un approccio decisionale “per default”. In assenza di un forum globale democratico e legittimo che avesse l’autorità sulle negoziazioni per le politiche agricole, il vuoto è stato riempito da una pletora di soggetti privi di investitura democratica: dall’OMC con la sua missione di promuovere la liberalizzazione incondizionata; da operatori finanziari senza scrupoli pronti a sfruttare ogni occasione di profitto; dalla fede cieca di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale nella liberalizzazione; dalla avidità delle multinazionali dell’agrobusiness, sostenute dai governi del G8 e da fondazioni private mascherate da benefattori filantropici.

Correggere, raddrizzandola, la “Governance globale su cibo e agricoltura” è la precondizione per fare passi avanti in tutte le aree che affrontiamo in questo documento. È la questione chiave di due appuntamenti chiave del 2009: il Comitato sicurezza alimentare e il Summit mondiale dell’alimentazione. Stabilire un autorevole, democratico e legittimo sistema di governance, richiede pertanto di:

Riconoscere e connettere gli spazi politici a ogni livello

I processi decisionali globali sulle politiche alimentari devono essere radicate nelle realtà locali. La responsabilità dei governi nazionali e degli organi regionali di assumere decisioni che tutelano il diritto al cibo dei loro cittadini e la salute del loro ambiente e delle loro economie deve essere riconosciuto. Alcuni lo chiamano ”principio di sussidiareità”. Noi lo chiamiamo sovranità alimentare, che è stato più volte violato in nome del sistema decisionale per default dei decenni passati.

Localizzare il forum globale nelle Nazioni Unite

Tutti gli stati sono rappresentati nelle Nazioni Unite secondo il principio del “uno stato-un voto”. Questo non accade nelle altre istituzioni multilaterali o raggruppamenti che hanno prevalso negli ultimi decenni. All’interno del sistema delle Nazioni Unite, le agenzie romane del polo alimentare sono il fondamento legittimo per questo forum globale autorevole, legittimo e democratico. La proposta della “Global Partnership for Agriculture and Food Security” può esprimere l’aspirazione ad un miglior coordinamento internazionale, ma è attualmente promossa dai governi del G8 e da istituzioni multilaterali che hanno contribuito alla crisi alimentare e non costituiscono un forum appropriato e legittimo.

Le decisioni devono basarsi sul rispetto dei diritti umani e dei beni comuni

Nel vuoto politico del passato l’obiettivo del profitto e della liberalizzazione dei commerci hanno preso il sopravvento. Questo nuovo forum legittimo e democratico deve porre al centro della sua mission il diritto al cibo e la sicurezza alimentare per tutti.

Promuovere l’accountability dei governi, delle istituzioni multilaterali e di altri attori

Il gap tra la retorica delle dichiarazioni globali e la realtà delle azioni, o fallire o agire, ha accompagnato il vuoto politico. Il nuovo forum deve essere rafforzato per sviluppare un quadro di riferimento globale per il raggiungimento della sicurezza alimentare, in base al quale devono essere misurate le azioni dei governi e di tutti gli attori.

Assicurare la partecipazione effettiva degli attori sociali

Le voci della società civile sono state zittite nel dialogo politico. È essenziale che la società civile sia rafforzata per organizzare autonomamente la propria partecipazione nel dialogo politico e nelle negoziazioni a tutti i livelli, dal nazionale al globale. Uno spazio particolare deve essere dato alle organizzazioni che rappresentano i settori maggiormente colpiti dall’insicurezza alimentare, piccoli produttori e poveri delle realtà urbane, senza il cui coinvolgimento nessuna decisione politica potrà essere effettivamente implementata.

Un nuovo paradigma di produzione e consumo del cibo

Il perseguimento di un singolo sistema agricolo globale come quello promosso dai sostenitori della rivoluzione verde si è rivelato inefficace.

Esiste al mondo una grande ricchezza di sistemi agricoli, ognuno dei quali ha la sua propria ecologia, logica, problemi e potenzialità per ulteriore sviluppo. Basandosi su tale diversità, differenti opzioni devono essere cercate per stimolare lo sviluppo sostenibile. L’approccio allo sviluppo deve sempre essere basato sulle specifiche circostanze delle comunità agricole in quel dato luogo. I problemi dovrebbero essere risolti con le comunità locali ed occorre attingere alle conoscenze specifiche dei contadini locali. Le loro conoscenze su come gestire la biodiversità all’interno dei loro contesti sociali è la chiave per la sostenibilità. Queste conoscenze vanno riconosciute, valorizzate e protette.

Questo consente di assicurare nutrimento alle comunità, reddito e spazio rurale ricco in popolazione e attività agricola in grado di salvaguardare il territorio e le specificità dei sistemi agrari e di tutelare le risorse naturali ed il ripristino della fertilità dei suoli, la mitigazione del caos climatico e l’emancipazione da fonti fossili di energia, le conoscenze locali e la qualità e salubrità dei prodotti strettamente legata alla biodiversità agricola locale e alla quantità di lavoro impiegata. Queste esperienze eterogenee basate sul modello di agricoltura contadina agroecologica, sulla piccola trasformazione e la filiera corta, sono ancorate ai mercati locali ed interni e - attraverso la costruzione di nuove relazioni con i consumatori - puntano a eliminare gli intermediari, rilocalizzare i prodotti agricoli differenziandoli dalle anonime commodities della filiera agroindustriale, e trattenere e ridistribuire ricchezza nei territori rurali.

Considerazioni già delineate nelle raccomandazioni del rapporto IAASTD (International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development (IAASTD) di cui la comunità internazionale deve far tesoro.

Questi processi sono nati nel corso dell’ultimo quarto di secolo dalle forze sociali attive nel settore ma non sono sostenute dalle politiche che puntano a riprodurre l’attuale sistema. Le politiche che fanno leva sull’agricoltura agroecologica, sul raffreddamento del clima, sulla centralità del lavoro, sul diritto al cibo e sulla sovranità alimentare devono dunque divenire prioritarie per le autorità pubbliche e le istituzioni internazionali articolandosi come minimo lungo i seguenti assi:

o Sia data priorità in tutte le sedi istituzionali ai mercati locali ed interni, alla filiera corta e alla valorizzazione di tutte le filiere ad alto valore agroecologico, alle esperienze di consumo critico e solidale, che debbono essere il riferimento delle politiche pubbliche per l’agricoltura e l’alimentazione.

o Si promuova un’educazione al consumo di prodotti locali, biologici o a basso input energetico e chimico e si finanzino iniziative di public procurement di tali alimenti.

o Si ripristini un sistema zootecnico ancorato alle produzioni vegetali perseguendo il duplice fine di una sostenibilità ecologica e di un limitato consumo carneo orientato alla qualità e all’equilibrio nutrizionale, oltre che volto a non sottrarre risorsa alimentare agli esseri umani.

o Si promuova una moratoria planetaria sulle coltivazioni di organismi geneticamente modificati.

o Si escluda dal sistema di incentivazione economica alle filiere agrozootecniche industriali internalizzazione i costi ambientali e sociali.

o Si concentrino le risorse pubbliche sulle aziende a conduzione diretta del produttore impegnate nella filiera corta, incardinate sull’uso sostenibile e sulla valorizzazione dell’agrobiodiversità e nella mitigazione del caos climatico.

o Si investa nella ricerca, nello sviluppo e nell’uso delle varietà di sementi locali attraverso il diretto coinvolgimento degli stessi agricoltori.

o Si riconosca la garanzia dei diritti degli agricoltori a conservare e scambiare le sementi.

o Si vieti ogni tipo di brevettazione del vivente e di espropriazione delle risorse collettive.

SPECULAZIONE: Finanziarizzazione dell’economia e speculazione sulle derrate agricole

La speculazione finanziaria e commerciale sul cibo è uno dei fenomeni che limita la sovranità alimentare di gran parte degli abitanti del pianeta ed è chiara concausa dell’aggravamento recente del numero di affamati del pianeta. A giugno del 2008 i prezzi degli alimenti di base nel mercato internazionale hanno toccato l’aumento- record degli ultimi 30 anni. Nella seconda metà del 2008 sono crollati del 50%. La finanza è tra i principali responsabili di tali balzi: dati Unctad rilevano che gli operatori finanziari che hanno investito in agricoltura nei primi mesi del 2007, quando i prezzi hanno cominciato a salire, hanno aumentato le loro operazioni di un terzo rispetto al 2006. Tra il 2005 e il 2008 essi hanno raddoppiato la propria presenza nei prodotti specifici come i futures su mais, grano e soia.

In tutto ciò i contadini non hanno beneficiato dell’impennata dei prezzi e sono stati sollecitati a intensificare le produzioni ricorrendo a fertilizzanti e pesticidi divenuti molto più cari che nel recente passato mentre il valore dei raccolti diminuiva progressivamente.

Anche la FAO ci dice che, se molti producono, pochi intascano i proventi delle vendite: in Africa, del totale del mais che circola nel mercato convenzionale, il 40-45% viene venduto dal 5% delle aziende. Queste società sono in larga parte inserite nelle filiere globali controllate da poche transnazionali del Nord e del Sud. Le prime 5 compagnie hanno investimenti all’estero in agricoltura che valgono, in tempi di crisi, oltre 1 miliardo di dollari di affari l’anno ciascuna. Alcune sono filiali di grandi gruppi, collocate in paradisi fiscali dove i loro profitti si trasformano in dividendi netti. Molte gestiscono fino alla parte terminale della filiera – trasformazione e distribuzione – che si assicura anche il 70-80% del prezzo finale pagato dai consumatori.

Per impedire la finanziarizzazione dei mercati agricoli e che le regole del profitto a tutti i costi incidano sui diritti fondamentali delle persone, tra cui il diritto al cibo, è necessario che:

o si promuova una moratoria urgente dei prodotti finanziari che operano sulle commodities agricole, con la prospettiva di tornare al divieto di investire in derivati finanziari sul cibo vigente in Europa fino a qualche anno fa.

COMMERCIO: Filiere e mercati locali

L’agricoltura e il cibo hanno un legame diretto con le relazioni sociali, la sostenibilità ambientale, la gestione del territorio, la sovranità delle nazioni, il diritto universale all’alimentazione. Questi aspetti sono considerati marginali dall’attuale sistema agro-alimentare di tipo industriale plasmato dalla logica neoliberista imposta dalle Istituzioni Internazionali Finanziarie (IFI), perseguita dalle politiche agricole dei paesi dominanti e controllato dalle corporations multinazionali. Gli accordi multilaterali e bilaterali di libero scambio, il sistema internazionale degli aiuti e della ricerca ed i sussidi pubblici hanno prodotto il consolidarsi dell’agribusinness che oggi controlla il complesso di una catena alimentare lunga nel tempo e nello spazio.

Per garantire la sicurezza alimentare interna e un reddito equo ai produttori di cibo, al Nord come al Sud, è necessario tutelare i mercati locali ed i mercati interni. Per questo chiediamo che:

§ l’agricoltura venga sottratta come competenza ai negoziati commerciali in ambito bi-multilaterale come nel caso dell’OMC ed ai raggruppamenti d’interesse come G8 e G20, e venga ricollocata sotto l’egida delle Nazioni Unite attraverso le agenzie dedicate, nelle quali è possibile un controllo democratico da parte degli Stati;

§ i paesi abbiano il diritto di promuovere il commercio di prossimità attraverso misure capaci di arginare gli effetti del dumping e le misure utilizzate per penetrare in modo sleale nei mercati più fragili e meno strutturati, come i sussidi all’esportazione;

§ abbandono da parte dell’UE di qualunque sostegno all'agricoltura industriale per l'esportazione e di qualunque politica aggressiva nel confronti dei mercati globali;

§ il diritto alla sovranità alimentare sia il principio-guida nei processi negoziali in corso a tutti i livelli, multilaterali e bilaterali;

§ vengano vietate tutte quelle forme contrattuali che impediscono al produttore agricolo, in particolare quello a carattere contadino, di mantenere il controllo sui prezzi di vendita dei suoi prodotti , in particolare quelli che favoriscono le grandi concentrazioni di potere nelle mani della grande distribuzione organizzata internazionale;

§ si crei un sistema globale di gestione dell’offerta per i prodotti agricoli che sono oggetto di scambi internazionali

§ si implementi un solido meccanismo antitrust per ridistribuire più equamente il valore lungo le catene produttive, con un riequilibrio attivo dei diversi soggetti coinvolti, dal campo al carrello;

§ sia permesso a tutti gli Stati di intervenire con sostegni e tariffe adeguate per promuovere la produzione di cibo per il consumo interno, e poter introdurre misure d’urgenza per fermare o ridurre le importazioni che abbiano impatti negativi sulla sovranità alimentare, lo sviluppo rurale, l’occupazione e il reddito agricolo, come nel caso del dumping.

RISORSE: migliore utilizzo delle risorse dell’aiuto pubblico allo sviluppo

Negli ultimi 25 anni l’UE mentre ha costantemente accresciuto il suo sostegno al libero commercio, ha contestualmente ridotto gli aiuti all’agricoltura tanto che nel 2007 la quota di Aiuto pubblico allo sviluppo destinata al settore agricolo è stata poco più del 3% rispetto al 13% del 1987.

Il rispetto da parte degli stati dell’impegno di destinare lo 0,7% del PIL allo sviluppo è il minimo che si può fare ma non è sufficiente. L’UE ha accantonato 1 miliardo di euro per finanziare misure di risposta alla crisi alimentare globale, ma la sfida non è solo assicurare più aiuti, anche il tipo di aiuto è una questione cruciale.

In un rapporto recente il Relatore Speciale dell’ONU per il diritto al cibo Olivier de Schutter ha richiesto politiche di aiuto che riconoscano priorità alla funzione sociale del cibo, in particolare assicurando che tutti gli attori siano coinvolti nell’analisi e nel disegno dei programmi che li riguardano.

De Schutter richiama un approccio triangolare per la cooperazione allo sviluppo, dove le persone, come titolari di diritti, giocano un ruolo attivo accanto ai loro governi e ai donors.

In pratica, questo implica che tutte le organizzazioni internazionali dovrebbero lavorare in partenariato con i rappresentanti dei contadini e dei gruppi di società civile nei PVS nei progetti finanziati con loro risorse. Questo approccio assicurerebbe che le donne, in maggioranza impiegate nel settore agricolo,siano pienamente coivolte in questi processi.

L’UE dovrebbe sostenere le politiche agricole dei PVS contribuendo alla costituzione di un spazio politico che affronti gli ostacoli che limitano l’abilità dei piccoli produttori (uomini e donne) di raggiungere un livello di vita sicuro e decente per se stessi e le loro famiglie, in particolare garantendo:

§ Accesso a terra fertile ed acqua per i contadini, in particolare per coloro che hanno risorse scarse, soprattutto donne

§ Sostegno all’accesso dei poveri rurali ai servizi, in particolare quelli finanziari (credito)

§ Partecipazione dei piccoli produttori e delle loro rappresentanze nelle discussioni politiche

§ Sostegno alle cooperative contadine e altre forme di organizzazione collettiva nella filiera agricola

§ Lo sviluppo di strutture di immagazzinaggio e di trasporto

§ Accesso per i piccoli produttori ai mercati locali, regionali e globali

§ Stabilire istituzioni per i mercati regionali e politiche che regolamentano la concorrenza

DIRITTO ALLA TERRA: Crisi alimentare, accaparramento della terra e agro-carburanti

Lo sviluppo del mercato dei biocarburanti è ritenuto tra le principali cause della crisi dei prezzi dei prodotti alimentari che si è abbattuta sui mercati internazionali, tra il 2007 e il 2008. Tale mercato avrebbe generato uno shock nella domanda in un mercato caratterizzato da una rigidità dell’offerta.

La corsa per soddisfare le necessità di approvvigionamento di agro-carburanti degli Stati Uniti e dell’Europa, nonché i loro futuri obiettivi di consumo hanno alterato profondamente i mercati globali dei prodotti alimentari. Due terzi dell’aumento globale della produzione del mais tra il 2003 e il 2007, e circa un terzo del mais prodotto negli USA è stato trasformato in etanolo. L’aumento della domanda di prodotti agricoli destinati alla produzione di biocarburanti ha anche stimolato una corsa globale all’accaparramento di terre nel sud del mondo.

In Brasile, l’aumento della produzione di zucchero di canna destinato alla produzione di etanolo contribuisce a fare aumentare i prezzi dei prodotti alimentari e la concentrazione della terra. La terra destinata alla canna da zucchero potrebbe aumentare dagli attuali 7 milioni di ettari a 13 milioni nel 2015. La pressione esercitata dalle coltivazioni di canna da zucchero su altre attività agricole e zootecniche sta spingendo i produttori agricoli di altre colture (come ad esempio la soia) e gli allevatori di bestiame dal sud del Brasile verso nord, con seri rischi per i delicati ecosistemi locali. La progressiva meccanizzazione della raccolta della canna da zucchero in Brasile, secondo rappresentanti del governo Brasiliano comporterà la perdita di circa 400-500 mila posti di lavoro nell’industria dell’etanolo entro il 2010.

Nel 2007 la produzione mondiale di etanolo era 28,56 milioni di tonnellate, mentre quella di biodiesel era pari a 7,56, per un totale di 36,12 milioni di tonnellate. Nel 2008 (fino all’1 ottobre) l’aumento del consumo di granaglie alimentari nei paesi OCSE è stato pari a 80 milioni di tonnellate, di cui 47 milioni di tonnellate sono andate nella produzione di agro carburanti, dei quali 41 milioni solo negli USA, per coprire una quota del mercato globale della fornitura di carburanti liquidi pari ad appena l’1,5% .

I paesi del G8, ad esclusione di Russia e Giappone, hanno le principali industrie dedicate alla produzione di biocarburanti. Gli USA mantengono la loro leadership mondiale, ma Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna occupano le prime posizioni tra i principali paesi europei. Anche il Canada è tra i principali produttori.

La produzione di biocarburanti su larga scala quindi incide sulla produzione di cibo e sull’utilizzo della terra, divenuta sempre più soggetta all’accaparramento sfrenato di multinazionali e governi audaci, per contrastare questa tendenza è necessario:

• creare una commissione dell’ONU che giudichi l’impatto sociale ed ambientale dell’utilizzo dei biocarburanti e si esprima per una moratoria su ogni ulteriore espansione dell’utilizzo di terreni per la produzione di biocarburanti.

• fermare l’espansione dell’utilizzo di biocarburanti oltre gli attuali livelli.

• cessare qualsiasi politica di finanziamento e/o agevolazione per l’uso dei biocarburanti nel contesto della promozione delle proprie politiche atte a promuovere energie rinnovabili.

LAVORO: la tutela del diritto al lavoro nell’agricoltura

Nel mondo l’agricoltura garantisce il lavoro a oltre 1,3 miliardi di persone, quasi il 50% dell’intera forza lavoro del pianeta. Una buona parte della manodopera agricola è costituita da lavoratori dipendenti, per lo più stagionali e che, in molti paesi del mondo, non godono né dei diritti sindacali né di tutele contrattuali, né di misure sociali.

Per contrastare il fenomeno della fame nel mondo occorre lottare per ridurre la povertà e per ridurre la povertà occorre anche valorizzare e dare maggiore dignità e protezione al lavoro agricolo. Per questo noi chiediamo che

• in tutti i paesi del mondo e a livello internazionale, siano riconosciuti ai lavoratori i diritti di rappresentanza e tutela sindacale, vengano adottate delle adeguate legislazioni di sostegno sociale e venga affronta con forza, insieme alle organizzazioni sociali del settore agricolo, il problema dello sfruttamento del lavoro sommerso.

• che vengano definiti, a livello internazionale, degli “standard minimi” di protezione sociale, rappresentanza sindacale e tutele contrattuali, per combattere il fenomeno del “dumping sociale”.

Conclusioni

Partecipazione, sostenibilità, agricoltura famigliare, circuiti brevi di produzione e consumo, tutela dei piccoli coltivatori, empowerment, equità sono concetti promossi e declinati da noi, organizzazioni della società civile, e successivamente adottati da decisori politici, forze economiche e media nelle proprie strategie di comunicazione, restituendo alle realtà sociali una egemonia dell’elaborazione e una lungimiranza nella critica e nella proposta. È arrivato ora il tempo che le nostre posizioni e parole guida, oltre che mutuate nella simulazione retorica delle grandi dichiarazioni, siano tradotte coerentemente in programmazione politica e regola economica.

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