mercoledì 2 marzo 2011

Jeans e silicosi: il prezzo umano di un oggetto di culto

A cura di AltrAgricoltura Nord Est
Tratto da “Progetto Lavoro” – Jeans e silicosi: il prezzo umano di un oggetto di culto. Di Tiziana Cappuccio*

Quarantasei giovani operai sono morti recentemente in Turchia perché la silicosi ha divorato i loro polmoni di addetti alla sabbiatura dei jeans. Erano immigrati, lavoravano in nero e non avevano ancora compiuto trent’anni.
Questa storia è uno spaccato del lavoro globale del XXI secolo. Lavoro flessibilizzato, precarizzato, deregolato, informale, destrutturato, privato di tutele, svuotato di quei connotati che ne dovrebbero costituire essenza e dignità. Una storia di oggi, che ha origini antichissime, poiché la silicosi è una delle malattie professionali più conosciute e studiate nei secoli. Consiste in un’affezione delle vie respiratorie seria, evolutiva se non si interrompe tempestivamente l’esposizione al rischio, e potenzialmente mortale. Il processo avviene spruzzando della sabbia sui capi denim in modo da creare un effetto scolorito e vintage del tessuto. Per effetto della spruzzatura, la sabbia si frammenta in particelle minime che inevitabilmente si diffondono nell’aria e vengono inalate dagli operai, facendoli ammalare. Una miscela di elementi fa sì che questo processo sia più rischioso di altri e faccia ammalare i lavoratori velocemente: la continua esposizione alle polveri, gli angusti spazi di lavoro, i lunghi orari, la frequente mancanza di igiene minima dei laboratori e di ogni strumento di protezione.
Questi tipi di produzione erano molto diffusi in Turchia fino allo scorso anno. Ad aprile 2009 – in seguito alla crescita di un largo movimento di società civile e sindacati – una circolare del Ministero del Lavoro e della Sicurezza Sociale ha finalmente proibito la sabbiatura manuale di jeans e di ogni altro capo di abbigliamento.
Il governo turco ha contemporaneamente annunciato sia la chiusura di una sessantina di fabbriche clandestine che il rafforzamento dei controlli e garantito ai lavoratori interessati il diritto alla pensione. Dal divieto in poi si è sviluppata un’azione sindacale sul piano internazionale, finalizzata a chiedere l’eliminazione definitiva di questi processi in tutto il mondo.
La campagna, lanciata dalla Federazione Internazionale dei Lavoratori del Tessile, dell’Abbigliamento e del Cuoio (ITGLWF) si è posta una serie di obiettivi come ad esempio ottenere l’impegno vincolante da parte delle imprese, sia multinazionali che piccole, e dei grandi marchi della moda a verificare il funzionamento delle catene di subappalto e in particolare il rispetto dei diritti fondamentali del lavoro.
Alla fine degli anni novanta già alcuni medici e operatori sanitari, anche in Italia, avevano rilevato delle connessioni di causalità tra l’uso della silice cristallina nel lavoro e manifestazioni di silicosi. In particolare nel 2005 un prezioso lavoro della Consulenza Tecnica Accertamento Rischi e Prevenzione dell’Istituto Nazionale di Assicurazione per gli Infortuni sul Lavoro (INAIL) delle Marche pose l’accento sulla pericolosità di queste lavorazioni. Non è un caso però che gli approfondimenti più specifici siano stati, in seguito, condotti in Turchia, dove l’industria dell’abbigliamento – e specialmente dei jeans – è divenuta molto più importante che altrove. Già dalla fine degli anni novanta in poi è un settore che si è sviluppato enormemente in questo paese.
Si pensi che nel 2008 esso è stato il terzo esportatore mondiale di jeans, con un fatturato di 2,3 miliardi di dollari.
Si stima che vi lavorino oltre 300.000 addetti.
Soprattutto nelle zone intorno a Istanbul, Ankara e altri centri urbani arrivano continuamente migliaia di giovani dalle campagne turche, oltre che da paesi vicini, attratti dalla possibilità di avere un lavoro e migliorare la propria vita. Sono desiderosi di guadagnare e sono disponibili ad accettare anche condizioni dure. Gli imprenditori sono pronti ad approfittarsene, in cambio di un salario che va da 500 a 900 lire turche, cioè da 250 a 450 euro al mese. Le lavorazioni di sabbiatura possono richiedere poche infrastrutture e pochi macchinari. Basta fare entrare i lavoratori in spazi angusti e chiusi, senza alcuna ventilazione, cosicché vada sprecata la minor quantità possibile di sabbia necessaria allo scopo desiderato.
Poco rileva se poi l’eccedenza di polvere va a finire nei polmoni dei malcapitati addetti alla lavorazione.
Questa tecnica di lavoro inesorabilmente condanna così alla malattia e possibilmente alla morte gli operai che la svolgono, come dimostrato da un’équipe di ricercatori e medici turchi dell’Atatürk University di Erzurum.
Tutto questo accade nonostante esistano dei grandi macchinari industriali che offrono lo stesso risultato che si ottiene con la sabbiatura con silice cristallina dei tessuti.
Ma i costi di processi alternativi sarebbero più elevati.
Ecco perché le imprese scelgono il processo con silice cristallina: essa consente di impiegare lavoratori più deboli e meno tutelati. Il mondo globalizzato dell’economia consente facilmente che le ragioni del profitto vincano su quelle dell’etica della produzione, nell’assenza di norme sociali vincolanti sul piano internazionale.
I primi due casi di silicosi furono diagnosticati nel 2005 e riguardavano due operai non fumatori di 18 e 19 anni, che lavoravano dal 2000. Contrariamente alle forme fino ad allora conosciute, la malattia era stata contratta addirittura in meno di cinque anni. Si trattava, evidentemente, di casi di silicosi cosiddetta “acuta” o anche “a decorso accelerato” che nei contesti europei di più antica industrializzazione vengono rilevati e studiati solo da non molti anni. Poiché il rischio di silicosi è presente anche a livelli di esposizione molto bassi, le autorità scientifiche competenti hanno da tempo individuato dei valori limite di esposizione occupazionale, una sorta di soglia di protezione, che negli anni sono stati più volte abbassati man mano che maggiori conoscenze scientifiche si sono rese disponibili. In Europa questa soglia è ora di 0.050 mg/m3 per un’esposizione di 8 ore giornaliere.
Negli Stati Uniti il limite è stato abbassato a 0.025 mg/m3. Ma si tratta di valori che hanno senso laddove l’esposizione è inevitabile, mentre nel caso della lavorazione dei jeans la soluzione può e deve essere radicale, cioè l’abbandono della lavorazione nociva, la sabbiatura, perché in pratica non è possibile determinare un valore che sia del tutto irrilevante ai fini del danno alla salute, in quanto 1/10 di queste soglie non è rilevabile con le tecnologie attualmente disponibili.
Per questa ragione, l’ITGLWF ha accolto positivamente la decisione di settembre 2010 di due grandi multinazionali come Levi’s e Hennes & Mauritz AB (H&M), l’una leader mondiale nella produzione di jeans e l’altra famosa nella distribuzione internazionale, di bandire la sabbiatura dai loro prodotti. Levi’s e H&M si sono impegnate a non dar luogo a nessuna nuova ordinazione di prodotti sabbiati e a partire dal 31 dicembre 2010 a non avere più alcuna produzione attiva che utilizzi questa tecnica di rifinitura. L’ITGLWF sta adesso convocando un tavolo con tutte le maggiori società multinazionali produttrici e della distribuzione perché seguano l’esempio della Levi’s e dell’H&M, adottando comportamenti socialmente responsabili in concreto e non attraverso vuoti esercizi di pubbliche relazioni celate dietro operazioni di facciata spesso impropriamente chiamate codici di condotta.
Sul versante istituzionale, il sindacato ha richiesto alle competenti agenzie delle Nazioni Unite di vietare la sabbiatura in tutto il mondo e di prevedere sanzioni che accompagnino il mancato rispetto delle norme dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Vanno ancora una volta registrati l’inerzia e il ritardo delle istituzioni, a partire da quelle europee, che non assumono immediatamente decisioni di assoluto divieto di utilizzo:
tanto più che sia l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) che l’OMS già da tempo classificano la silice cristallina come sostanza cancerogena per le persone, all’origine di circa il 3% delle morti dovute ai tumori ai polmoni. Negli Stati Uniti la marina militare, l’aeronautica militare e la guardia costiera, oltre che i dipartimenti dei trasporti di ventitré Stati, hanno proibito l’uso della silice nei processi di sabbiatura. A maggio 2009 l’Agenzia per la Salute e la Sicurezza al Lavoro degli USA, l’OSHA, ne ha raccomandato l’eliminazione.
Tutto questo già dovrebbe suscitare indignazione e volontà di reagire, fermando una strage più che annunciata.
Al legislatore europeo tali elementi invece sembrano non bastare per fermare l’uso della polvere killer.
Così come non gli basta neanche sapere che oltre un milione di persone muoiono ogni anno nell’UE per tumori né che la comunità scientifica afferma che un terzo di questi tumori sarebbero prevenibili. Diversi punti percentuali delle morti per tumore (le stime più prudenti parlano dell’1-2%, altre dell’8,4% e altre ancora arrivano anche al 16%) sono da attribuirsi ad attività lavorative: sono quindi tutte morti evitabili se solo viene eliminata la fonte di rischio, che solo in Europa riguarda più di tre milioni e duecentomila lavoratori esposti a uno o più agenti cancerogeni occupazionali per almeno tre quarti del loro tempo di lavoro. In altre parole, sono sofferenze e morti che si potrebbero evitare se solo si volesse.
È un “se” pesantissimo, tanto più che ancora il sistema UE di classificazione degli agenti cancerogeni non comprende la silice cristallina. Da sei anni è in corso la procedura di revisione della direttiva sulla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti dall’esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni durante il lavoro, la n. 37 del 2004. Il sindacato europeo ha chiesto da tempo che la revisione comprenda la silice cristallina tra gli agenti cancerogeni, poiché – dopo che essa sarà inclusa nell’elenco – la sua sostituzione, ogni volta che sia possibile, diverrà obbligatoria.
La richiesta del sindacato internazionale risponde evidentemente anzitutto a un’esigenza etica. L’esito positivo di questa domanda di giustizia sociale riporterebbe le istituzioni comunitarie su un piano di maggiore coerenza con l’esigenza inderogabile di assicurare la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro oltre che un livello minimo di protezione per tutti i lavoratori.

* Quest’articolo è uno stralcio di un saggio del libro Jeans da morire di Silvana Cappuccio e Martina Toti, Ediesse, che sarà il libreria da marzo 2011

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