lunedì 13 ottobre 2014

EFFETTI NEGATIVI DELLE FABBRICHE DI MUNIZIONI MILITARI SULLA SOCIETA' CIVILE: UNA PROPOSTA DI PROGETTO

 
 


Alla cortese attenzione della Presidenza ISDE della sezione della Spezia.

Sono un nuovo membro della sezione ISDE di La Spezia e vorrei portare un contributo fattivo alla nostra associazione.
Come noto, il comprensorio della provincia della Spezia ha un’economia fondata sull’industria della difesa e sugli stabilimenti militari, dove sono concentrati a pochi chilometri di distanza l’Arsenale della MMI, il poligono di tiro della MMI “P. Cottrau” , le polveriere della MMI a Vallegrande, la Oto Melara, la MBDA Missile Systems, la Fincantieri, la fonderia di proiettili Patrone, l’Eliporto di Maristaeli Luni, i depositi NATO di Ca’ di Moncelo, il centro di ricerca subacqueo NATO “Saclant”, la Commissione Permanente della MMI per lo studio e la sperimentazione del materiale da guerra e tutto l’indotto che su tale tessuto vive e produce.
Le fabbriche di munizioni militari sono, almeno nello sviluppato mondo occidentale, generalmente di proprietà di società private, i cui imprenditori decidono che è redditizio investire del proprio capitale nella progettazione, sperimentazione, produzione, collaudo, trasporto e vendita di ordigni bellici destinati al mercato militare. Come qualsiasi attività economica, vi sono necessità di autorizzazioni, strutture e manodopera per il loro svolgimento. Si tratta a tutti gli effetti di attività di tipo privatistico, che, mentre producono utili per gli azionisti, ovviamente generano anche delle “esternalità” che sono sistematicamente ignorate dagli enti pubblici, dai dipendenti, dalle organizzazioni sindacali e dagli abitanti vicini a così ingombranti industrie. Tale lacuna è dovuta alla mancanza di una corretta informazione di base, che spesso, per propria convenienza, non è neppure ricercata, ma anzi quasi temuta, dai lavoratori stessi. Inoltre, anche se è lodevole la buona fede degli attivisti per la pace, e il loro sforzo compiuto nel tentativo di contrastare l’espansione di tali tipi d’industrie, la scarsità di consistenza tecnica di taluni elementi portati all’attenzione dell’opinione pubblica, li rende poco credibili nei confronti di chi opera all’interno di tale comparto merceologico, formato da personale dipendente a elevata specializzazione e ad alto tasso di scolarizzazione. Avendo lavorato io stesso per oltre vent’anni nel settore esplosivistico di diverse industrie della difesa nazionali e multinazionali (Oto Melara, Alenia Difesa, Alenia Marconi Systems, MBDA Italia), ritengo che sia necessario aumentare il livello di conoscenza tecnica da parte di tali movimenti, oltre che la consapevolezza dei dipendenti, per operare con metodo nonviolento, quale il dialogo intellettualmente onesto, una trasformazione all’interno della società che consenta di ridurre e infine a neutralizzare gli effetti negativi di tali scelte industriali.
Sono nato il 25 aprile 1961 e dopo essermi diplomato perito chimico nel 1980, mi sono laureato a settembre del 2008, con una Tesi sperimentale del corso di laurea in scienze per la pace dell'università di Pisa dal titolo “Effetti negativi delle fabbriche di munizioni militari sulla società civile”, che allego per conoscenza. Ovviamente la progettazione, la produzione e l’uso delle munizioni, abbraccia moltissimi aspetti tecnologici e ingegneristici, come ad esempio meccanica, chimica, elettronica, aerodinamica, balistica, informatica, oleodinamica, pneumatica ecc. Per comprensibili vincoli di spazio e di competenze personali, lo scopo del documento è, limitandosi alla parte esplosivistica delle munizioni, fornire un panorama degli effetti negativi, basato sull’evidenza scientifica di fatti, e non sulla scorta di opinioni personali. Per far ciò vi sono illustrati i diversi manufatti contenenti materiali energetici, i loro principali elementi, le sostanze contenute all’interno, il loro processo produttivo, i prodotti di combustione emessi in atmosfera che sono generati dal funzionamento operativo degli stessi in fase di collaudo e infine la sistemazione territoriale degli stabilimenti.
Come gia indicato precedentemente, ho lavorato dal 1984 al 2003 nell'industria della difesa dove mi sono occupato della produzione, integrazione, sperimentazione di munizioni da cannone a di missili, specificatamente per la parte propellenti, pirotecnica ed esplosivi.
Nell'aprile 2001, sono stato operato per un adenocarcinoma a cellule chiare al rene sinistro con asportazione dello stesso.
Dal settembre 2003 ho un nuovo impiego al di fuori dell'industria della difesa, ma sempre nel campo delle munizioni civili e sportive, e mi occupo di sicurezza, prevenzione e protezione.
Avendo acquisito una diversa professionalità, ho scoperto che potrebbe esserci stato un legame tra quanto accaduto alla mia salute e le sostanze, soprattutto il DNT (dinitrotoluene) ed il piombo, a cui sono stato esposto nel corso del mio lavoro .
Ho approfondito le mie ricerche, e nell'agosto 2004, ho deciso di chiedere la valutazione di malattia professionale con l'INAIL, pratica legale che dopo due gradi di giudizio  è stata recentemente rigettata dalla Corte di appello di Genova.
Ho dovuto pertanto raccogliere documentazione tecnico scientifica, medica, epidemiologica, legale che cercasse di dimostrare la causalità fra sostanze e patologia cancerogena riscontrata, di cui allego ulteriore documentazione scaricabile al link:


Ho scoperto che, almeno in Italia, non risulta nulla, ma anche negli altri paesi, ben poco (singolarmente e l'uranio depleto docet...) è stato pubblicato per dimostrare tali relazioni e solo il lavoro di Mauro Cristaldi, Cristiano Foschi , Germana Szpunar , Carlo Brini , Fiorenzo Marinelli  e Lucio Triolo “Toxic Emissions from a Military Test Site in the Territory of Sardinia, Italy” pubblicato su  Int. J. Environ. Res. Public Health 2013, 10 è senza dubbio il pioniere in questo tentativo.
Sarebbe,a mio modo di vedere,  utile valorizzare il moltissimo materiale scientifico che ho impiegato nella sia nella mia tesi che nella mia causa, per integrarlo con un approccio tecnico scientifico multidisciplinare di altri tecnici, scienzati e esperti, mettendo a disposizione dell'ISDE per questo progetto tutta la conoscenza acquisita con la mia esperienza medica e professionale, per produrre qualcosa che vada al di là (e spero molto) del caso singolo e possa essere utile a stimolare una riflessione corretta ed intellettualmente onesta sull'industria della difesa e dei suoi molteplici effetti sulla comunità civile che potrebbero sintetizzarsi come segue:

1.            Le frammentarie Analisi Costi Benefici, valutate positivamente dalle organizzazioni sindacali e dagli organi politici, illustrano all’opinione pubblica solo i vantaggi, rappresentati dai posti di lavoro generati e dall’indipendenza tecnologica da fattori esterni, delle fabbriche di munizioni militari. Sono in realtà totalmente fallimentari perché non
tengono conto di tutti gli extra costi generati da:

a.            Cure e trattamenti sanitari somministrati ai malati di tumori provocati dall’esposizione a sostanze cancerogene.

b.            Pensioni di invalidità pagate dagli enti di previdenza alle vittime ed ai loro eredi (solo a chi affronta lunghe, costose ed incerte cause legali).

c.            Sottrazione di vaste aree di territorio a investimenti più redditizi.

d.            Costi per la bonifica dei siti di produzione e prova dismessi dagli inquinanti penetrati e persistenti nel terreno e nelle falde acquifere.

e.            Enormità dei costi di gestione di elefantiaci programmi di cooperazione internazionali con duplicazioni e ridondanze di strutture ed apparati produttivi.

f.             Finanziamenti statali per società o siti decotti mantenuti unicamente quali serbatoi di voti per vassallaggio politico/sindacale

2.            Questo solo per monetizzare i conti, perché il valore di una singola vita umana è grande quanto l’intero universo.

3.            La pavidità e frammentazione delle competenze di tutti gli organi preposti al controllo ed alla salvaguardia della salute pubblica, non ha ancora prodotto un’analisi epidemiologica degna di questo nome. Analizzando con serietà ed onestà intellettuale l’incidenza di tumori di cui soffre il personale impiegato e la popolazione residente nelle zone limitrofe ai siti dove si costruiscono e si provano gli ordigni bellici, si scoprirebbe con totale evidenza il nesso causale tra di essi.

4.            Tutto quanto esposto precedentemente ed imposto dalla normativa attualmente in vigore, si applica unicamente a stabilimenti gestiti da società o soggetti PRIVATI, poiché le Forze Armate sono oggetto di una RISERVA TOTALE DI LEGGE. Non sono pertanto in grado di stabilire se e quali cautele sono adottate nella gestione del rischio da parte delle procedure adottate dal personale militare appartenente alle Forze Armate.

5.            Tale riserva di legge, spesso arrogantemente malcelata dal velo del segreto militare a copertura della becera ignoranza di ogni più elementare norma di buon senso e rispetto, oltre ad esporre i militari stessi a potenziali rischi, come la campagna del Kosovo ha tristemente dimostrato, potrebbe esporre agli stessi rischi anche l’ignara popolazione
civile che vive e lavora nelle limitrofe vicinanze di tali impianti (vedi anche l’ottimo “Il male invisibile sempre più visibile” – Odradek edizioni).

6.            La normativa del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, vecchia di oltre 70 anni, risulta a mio avviso “visionaria” per la qualità espressa, soprattutto a confronto della più recente produzione del legislatore sia italiano sia europeo.

7.            Rimane l’amarezza della constatazione che se la stessa cautela delle distanze di sicurezza adottata con gli esplosivi fosse stata estesa alle raffinerie ed agli impianti chimici, probabilmente gli incidenti che si sono successivamente verificati avrebbero causato conseguenze ben minori sulla affollata popolazione circostante.

8.            Il principio espresso, dell’arretramento della polveriera rispetto agli insediamenti circostanti, soprattutto nei tempi storici di militarizzazione fascista, è addirittura rivoluzionario rispetto a quanto successivamente sancito in termini di PIP.

9.            Le direttive Seveso, introdotte con i consueti ritardi dall’ordinamento italiano, capovolgono l’approccio da deterministico a probabilistico, ed introducono delle cautele che dovrebbero salvaguardare gli insediamenti produttivi già esistenti (ma collocati come ?).

10.          L’enorme numero degli enti coinvolti (Ministeri, Prefetture, Regioni, Province, Comuni, ARPA, CTR, VV.F) rende estremamente macchinoso l’applicabilità delle norme cogenti, che potrebbe pertanto risultare vantaggiosa sia per le industrie sia per le eventuali speculazioni edilizie in funzione della forza reciproca dei poteri relativi e dalla loro “rappresentatività” negli Enti Locali.

11.          La giovane età dell’applicazione della Seveso rispetto al TULPS darà conto della sua bontà solo a lungo termine, valutando in futuro se si saranno verificati eventuali incidenti e quali conseguenze avranno provocato a posteriori.
12.          Le fabbriche di munizioni militari, imponendo delle servitù al territorio circostante per attenuare gli effetti di un incidente rilevante, sottraggono un’enorme quantità di terreno che potrebbe essere utilizzato per altri e più nobili scopi.


La ringrazio dell'attenzione e La saluto cordialmente.

Nessun commento: